di Guido Dalla Casa
Introduzione
L’idea più corrente che viene evocata nell’opinione pubblica
quando si parla di azione “ecologista” o “verde”, è
che questa consista essenzialmente nel vigilare affinchè il “naturale
progresso dell’umanità” avvenga senza inquinamenti e senza
modificare troppo l’ambiente, che è considerato bello e quindi
“da salvare”. In sostanza, quella che viene chiamata azione ecologista
è la “protezione dell’ambiente”: non inquinare, mantenere
pulito il paesaggio, installare filtri e depuratori e conservare qua e là
alcune isole di natura dove recarsi a scopo ricreativo, i “Parchi”.
La componente di pensiero sopra accennata è oggi abbastanza presente
nell’opinione pubblica e la sua massima diffusione è certamente
utile.
Nelle note che seguono proporrò alcune domande più profonde, pur
considerando pienamente valide le azioni sopra citate, provando ad evidenziare
qualcosa a cui molti non hanno mai pensato soltanto perché le concezioni
che si respirano fin dalla nascita appaiono ovvie e quindi non appaiono affatto:
costituiscono la base del modello in cui viviamo, cioè la civiltà
industriale, espressione attuale della cultura occidentale.
Poniamoci allora alcune domande:
- Perché il dramma ecologico è nato proprio nella cultura occidentale?
- Perché consideriamo la civiltà occidentale ed i suoi miti come
quelli “veri”?
- Che cosa sono lo sviluppo e il benessere?
- Il concetto di progresso è universale ed evidente?
- Che posizione ha la nostra specie nell’Universo?
- Cosa ne pensano le altre culture umane?
Poiché la distruzione degli equilibri naturali è opera della civiltà
industriale e della sua tumultuosa espansione, per ottenere qualche miglioramento
globale e permanente in questo campo è necessario:
- intaccare le concezioni che l’hanno fatta nascere;
- porre in discussione la sua visione del mondo.
1.- L’ecologia di superficie
In questo capitolo descriverò brevemente quel tipo di “ecologia” cui ci si riferisce di solito e che viene accettata da un numero rapidamente crescente di persone. Userò a questo scopo il linguaggio che più frequentemente viene utilizzato dai mezzi di comunicazione, quando si occupano del problema ecologico.
Secondo questa ecologia, in cui si mantiene la distinzione fra “l’uomo”
e “l’ambiente”, la Terra va tenuta pulita e piacevole perché
è “l’unica che abbiamo”, è “la nostra
casa”, è un Pianeta fatto per noi. E’ necessario “difendere
l’ambiente” perché l’umanità possa viverci meglio:
le modifiche devono essere fatte “a misura d’uomo”.
Ad esempio, una palude va salvata perché fa da polmone nelle piene, perché
è ricca di vita e quindi ci fornisce un buon sostentamento (prelevando
quel tanto che non intacca l’equilibrio dell’ecosistema), perché
ci possiamo ricreare andandola a vedere, e così via.
La foresta va salvata perché ci dà l’ossigeno, perché
abbiamo ancora tante cose da imparare su di essa, perché molte specie
potranno un giorno darci nuove colture agricole, per i nuovi medicinali e per
scopi ricreativi o di conoscenza.
Già i motivi per salvare ampi spazi di deserto appaiono meno evidenti.
Tuttavia alcuni deserti ci vogliono, per studiare le specie che vi si sono adattate
e perché questo ambiente possa servire da palestra per il nostro ardimento,
visto come un notevole valore “sportivo”.
In definitiva la posizione centrale e del tutto particolare dell’”uomo”
non viene messa in discussione.
Ogni movimento ecologista che derivi da concezioni marxiste, cattoliche o protestanti
rientra nella categoria dell’ecologia di superficie. Tali posizioni sono
figlie dell’Occidente, danno grande valore all’uomo e alla “storia”
e hanno come mito il “progresso”.
Come sottofondo metafisico, queste concezioni ritengono che l’universale
(cioè la “materia” o il “mondo fisico”) sia una
specie di orologio che l’uomo, unico essere diverso, può e deve
modificare a suo vantaggio.
Il fatto di ritenere che esista un Orologiaio (il Dio dell’Antico Testamento)
oppure che non esista (materialismo) provoca differenze ben poco rilevanti.
Con entrambe le posizioni ci si comporta nei confronti della Natura pressochè
allo stesso modo. Da una parte si ritiene che il diritto-dovere di modificare
il mondo provenga da Dio, dall’altra da una specie di “merito selettivo”
che ci ha resi, in sostanza, gli unici detentori di “spirito”; ma
gli effetti sono praticamente gli stessi.
Entrambe le posizioni si ispirano alle concezioni filosofiche del pensatore
francese del Seicento René Descartes, comunemente noto con il nome di
Cartesio.
In sostanza in questa visione del mondo la natura va protetta perché
è “res communitatis” e non è “res nullius”.
Resta comunque sempre “res”, si tratta di “proprietà”,
di patrimonio comune, qualcosa da salvaguardare, ma che si deve “utilizzare”.
Quasi tutti i movimenti ecologisti oggi esistenti, essendo figli della cultura
occidentale e della sua concezione del mondo, si ispirano ai princìpi
qui accennati: del resto, se così non fosse, probabilmente avrebbero
un sèguito numerico minore.
Questa posizione assomiglia abbastanza all’idea di un organismo visto
come “ambiente” delle cellule nervose o di qualsiasi organo considerato
come centrale (l’uomo): questo organo, o gruppo di cellule, avrebbe il
diritto di modificare il corpo, tenendolo vivo, per trarne vantaggio, cioè
per ottenere la sua espansione equilibrata e il suo sviluppo.
Poiché questa concezione si inquadra nel pensiero generale dell’Occidente,
non viene messa in dubbio l’idea che l’aspirazione logica di ogni
individuo e di ogni collettività sia “l’affermazione”
o “il successo”. In sostanza, tutto può continuare come prima,
installando filtri e depuratori e salvando qualche isola di Natura in giro per
il mondo.
2 - L’ecologia profonda
In questo capitolo cercherò, per quanto possibile, di uscire dalle
concezioni generali della nostra cultura: userò dunque espressioni verbali
un po’ diverse da quelle correnti. Non bisogna sottovalutare il sottile
potere della parola nel trasmettere e perpetuare i concetti.
Questo capitolo è comunque un’estensione del precedente, con il
quale non è in antitesi, perché le motivazioni ivi accennate restano
valide. Se ne aggiungeranno altre, che si inquadrano in una diversa visione
del mondo, nella quale gli atteggiamenti ecologisti assumono una connotazione
metafisica, che va ben oltre a semplici considerazioni di utilità, opportunità
ed estetica.
Sulla base di questa impostazione, appare evidente che la nostra specie non
è particolarmente privilegiata. Gli esseri viventi e gli ecosistemi,
come tutti gli elementi del Cosmo, hanno un valore in sé. Tutta la Natura
ha un valore intrinseco e unitario, così come ha un valore in sé
ogni sua componente, formatasi in un processo di miliardi di anni. La specie
umana è una di queste componenti, uno dei rami dell’albero della
Vita.
Quindi, anziché parlare di “ambiente” come se la Natura fosse
un palcoscenico delle azioni umane, si useranno espressioni come “il Complesso
dei Viventi”:
- “impatto ambientale” diventerà “alterazione apportata
al Complesso dei Viventi”;
- i “difensori dell’ambiente” diventeranno “persone
preoccupate della salute, dell’armonia e dell’equilibrio psicofisico
del Complesso dei Viventi”.
Il mondo naturale non è “patrimonio di tutti”, ma è
ben di più: è di miliardi di anni anteriore alla nostra specie.
Se proprio si vuol parlare di appartenenza, è l’umanità
che appartiene alla Natura e non viceversa.
Invece di ambizione, successo, affermazione personale (o di gruppo, o di specie),
saranno considerati valori la conoscenza, la serenità mentale, l’attenuazione
dell’ego e la percezione: in definitiva una sorta di identificazione con
la Mente Universale, di sintonia con il ritmo vitale cosmico.
In questo quadro l’idea occidentale-biblica sulla posizione umana appare
più o meno come un curioso delirio di grandezza.
Mentre nell’ecologia di superficie la Terra va rispettata perché
è di tutte le generazioni presenti e future, nell’ecologia profonda
la specie umana non è depositaria né proprietaria di alcunchè.
Questa idea ricorda la risposta di Nuvola Rossa agli invasori europei che volevano
comprare la parte migliore del territorio Lakota: “La terra è del
Grande Spirito; non si può vendere né comprare”. E’
un peccato non conoscere le lingue amerindiane, perché probabilmente
il significato reale era “la terra è il Grande Spirito”.
Naturalmente i bianchi occuparono quelle terre con la violenza.
Anche l’idea di “progresso” sottintende una determinata concezione
culturale ed una certa visione della storia che non sono condivise da tutta
l’umanità. Gran parte delle culture umane sono vissute nella Natura
senza preoccuparsi del progresso e della storia. Anche se niente è statico,
tutto è dinamico e fluttuante, questo non significa che siano necessari
i concetti di progresso e regresso: il miglioramento o il peggioramento si riferiscono
solo a parametri e valori propri di un particolare modello e non hanno alcun
significato universale.
Il termine “sviluppo” significa in realtà il grado di sopraffazione
della nostra specie sulle altre specie e della civiltà industriale sulle
altre culture umane.
Nell’ecologia profonda non esiste alcun modello privilegiato. Sono valori
“in sé” l’equilibrio globale e la varietà e
complessità delle specie viventi, degli ecosistemi e delle culture. I
termini “crescita” e “diminuzione” sono complementari,
in equilibrio dinamico, senza connotazioni positive o negative.
Di conseguenza i concetti di risorse e rifiuti non sono necessari: essi presuppongono
infatti l’idea che si eseguano processi o modifiche tali da prelevare
qualcosa di fisso - le risorse - e scaricare qualcos’altro - i rifiuti,
il che significa un funzionamento non-ciclico, incompatibile con la condizione
stazionaria.
Con queste premesse la cosiddetta “produzione” è - in ultima
analisi - una produzione di rifiuti. Lo stesso termine “civiltà”
è inutile e pericoloso, perché sottintende un giudizio di merito
basato su una scala di valori particolare, considerata ovvia.
“Civile” significa oggi infatti “conforme ai princìpi
dell’Occidente” e niente di più. Non c’è nessun
motivo per considerare la civiltà occidentale migliore della civiltà
degli Yanomami, dei Papua, degli Eschimesi, dei Dogon, o delle mille altre culture
comparse sulla Terra. Allo stesso modo nell’ecologia profonda non ha alcun
senso parlare di specie “utili”, “nocive” o “innocue”,
in quanto qualunque cosa si trovi in Natura ha la sua giustificazione in sé
stessa e nel Complesso cui appartiene. Non deve servire a qualcuno o a qualcosa.
In sostanza nell’ecologia profonda il concetto di “ambiente”
viene superato per lasciare posto alla percezione di far parte di una Entità
psicofisica molto più vasta, cioè della Natura, che si manifesta
nella massima varietà ed armonia, nel più grande equilibrio dinamico
delle specie; è un sistema autocorrettivo dotato di Mente.
3 – Alcuni aspetti della crisi ecologica
Il dramma ecologico è nato nella civiltà industriale e ha invaso il mondo al seguito della tumultuosa espansione di questo modello. Il mito dell’industrializzazione è sorto nella cultura occidentale solo due o tre secoli orsono.
Le scoperte pratiche fondamentali per “far partire” la tecnologia
erano già note nella cultura cinese da diversi secoli. Ma in Cina non
hanno fatto nascere il processo di industrializzazione, che vi è stato
importato solo in tempi molto recenti, di ritorno dall’Occidente. Evidentemente
il sottofondo del pensiero cinese - ispirato in gran parte alle filosofie del
Tao e del Buddhismo – non poteva indirizzare quelle conoscenze sulla via
poi seguita in Europa: le motivazioni sono state quindi essenzialmente culturali.
La spiegazione ufficiale che gli Europei erano “più avanti”
è solo un giro di parole. Anche la cultura indiana tremila anni orsono
aveva concetti probabilmente più raffinati di quella europea del millecinquecento:
nell’India di allora non mancava certamente la capacità di fare
certe scoperte, c’era però la precisa percezione che era impossibile
e inopportuno seguire una certa via.
Al contrario il fondamento ispiratore della cultura occidentale, o ebraico-cristiana,
è l’Antico Testamento, e qui va ricercata una delle cause del nostro
atteggiamento verso la Natura. Ma ci sono state altre evoluzioni successive,
soprattutto l’estendersi nel pensiero generale della filosofia di Cartesio
e della fisica di Newton, proprio nei secoli che hanno immediatamente preceduto
la nascita della civiltà industriale.
Si farà qualche cenno all’influenza di queste idee che, innestate
sulle concezioni dell’Antico Testamento, hanno provocato l’attuale
massiccia aggressione alla Natura. Si farà poi notare che si tratta di
idee consolidate e concretizzate nell’Ottocento ma non propriamente “moderne”:
c’è sempre una notevole inerzia fra il pensiero nascente e le concezioni
di massa, quelle che determinano l’orientamento e l’azione collettivi.
Tutta la nostra cultura è permeata dall’antitesi, dalla contrapposizione
con la natura: la vita è vista come “lotta contro le forze della
natura”. In altre filosofie questo significherebbe “lotta contro
l’Organismo al quale apparteniamo”, il che è privo di senso
e causa di nevrosi e conflitti. Non per niente dove è più degradato
l’”ambiente” c’è anche più crisi umana,
con alti tassi di criminalità, psicopatie, suicidi. La divisione fra
“l’uomo” e “l’ambiente” è artificiosa
e fittizia.
Se le cellule del cancro potessero esprimersi, probabilmente avrebbero un’idea
dello “sviluppo” assai simile a quella della civiltà industriale,
che invade, rendendole uniformi, le altre specie e le altre culture umane, con
andamento analogo a quello dei tumori che avanzano a spese delle altre cellule
dell’Organismo, il cui comportamento si basa invece non sulla crescita
permanente, ma sull’equilibrio dinamico.
Ci sono molti esempi di vita spicciola che evidenziano l’inconscio collettivo
dell’attuale civiltà industriale.
Moltissime persone, se si allontanano dalle città, si preoccupano soprattutto
di cose come le vipere e le frane, ma si mettono tranquillamente in autostrada.
Non occorrono troppe statistiche per rendersi conto che l’automobile è
migliaia di volte più pericolosa di qualunque evento naturale: non sono
sufficienti sessantamila morti all’anno e un milione di feriti in incidenti
stradali, solo in Europa, per percepire questo fatto.
Quanti entrerebbero nella foresta amazzonica? Eppure è evidente che è
molto più pericoloso attraversare di notte qualche quartiere di New York
o di San Paolo. Le nostre concezioni inconsce, cioè culturali, spingono
a temere gli eventi naturali molto più di quelli dovuti alle macchine
o ai nostri simili, contro ogni evidenza numerica.
Questa è una civiltà tecnologica, non scientifica: non prevale
il desiderio di conoscere, ma quello di manipolare.
Inoltre, tutto ciò che tocca i fondamenti della nostra cultura non si
può neanche studiare: viene semplicemente negato o accantonato e lasciato
senza indagine di sorta. Ad esempio, qualunque studio su possibilità
di “reincarnazione” o “rinascita”, o comunque sui fenomeni
psichici in vicinanza della morte, o su interferenze o identità spirito-materia
è di fatto respinto a priori dal mondo ufficiale.
I cosiddetti “movimenti per la vita” ritengono ovvio occuparsi solo
della vita umana, ma non si preoccupano affatto delle torture inflitte a tante
forme di vita e dello stato di salute del Complesso dei Viventi.
Nella nostra cultura avvengono le più allucinanti manipolazioni genetiche
su tutte le specie viventi, con creazione di ibridi e di esseri strani: ben
pochi se ne preoccupano. Invece, al solo lontano accenno di far nascere uno
scimpanzè-uomo (a parte la sua impossibilità), c’è
stata la sdegnata rivolta degli scienziati ufficiali. Ogni manipolazione di
quel tipo è un’assurdità. Ma almeno lo scimpanzè-uomo,
se lasciato libero in qualche superstite foresta o savana di questo povero Pianeta,
ci avrebbe ricordato che siamo della stessa, identica natura degli altri esseri
viventi.
Le basi della cultura occidentale su questo argomento sono estremamente fragili.
Esseri come gli Australopiteci o l’Homo erectus si sono estinti da poche
centinaia di migliaia di anni, tempo insignificante nella scala complessiva
della Vita. Il fatto che questi ominidi siano estinti è del tutto contingente.
Se fossero viventi, la nostra cultura, a seconda del parere di qualche istituzione,
prenderebbe uno dei seguenti atteggiamenti:
- considerare la caccia a questi esseri come uno sport;
- chiudere gli ominidi nelle gabbie degli zoo;
- ripristinare la schiavitù;
- considerare l’uccisione di un ominide come omicidio volontario punibile
con l’ergastolo.
E’ forse per questo che c’è sempre una sottile “paura”
di trovare vivo qualche Yeti sulle pendici dell’Himalaya. Tutto per continuare
a contrapporre “uomo” ad “animale”: così perdiamo
di vista la spiritualità della Vita.
Ma anche se ci limitiamo alle specie ora viventi, si può notare che:
più aumentano le nostre conoscenze sul comportamento dei Primati, più
diminuiscono le differenze fra primati umani e non umani. Ad esempio, la differenza
di informazione genetica fra la nostra specie e lo scimpanzè è
dell’ordine dell’uno o due per cento.
Dall’articolo di un esperto:
I nostri parenti più stretti sono gli scimpanzè. La differenza
genetica è soltanto circa dell’uno per cento. Noi siamo più
strettamente simili agli scimpanzè di quanto probabilmente siano simili
fra loro due rane qualsiasi che vi càpiti di incontrare.
(The search for Modern Humans, National Geographic, ottobre 1988)
In altri termini, la cultura giudaico-cristiana non è riuscita ancora
a concepire un’etica della vita e resta ancorata a una morale che si interessa
esclusivamente della specie umana.
Può essere utile notare che le concezioni nate dalla Genesi si sono poi
sviluppate soprattutto in aree geografiche dove erano scarsissime o assenti
le altre specie di scimmie, quindi mancava la constatazione più immediata
dell’esistenza di esseri a noi molto simili. In particolare erano assenti
gli altri grandi Primati, come gorilla, oranghi e scimpanzè, che avrebbero
reso evidente la mancanza di discontinuità fra noi e tutte le altre specie.
Così pure, ad esempio, il motivo più semplice per un’alimentazione
in gran parte vegetariana dovrebbe essere il confronto con la dieta degli altri
Mammiferi Primati, cioè delle altre scimmie, il cui fisico è assai
simile al nostro.
Un ultimo esempio:
Tutta la Vita è scandita dagli eterni cicli della Natura. La nostra cultura
se ne è distaccata e segue periodi suoi propri, come il ritmo settimanale
di lavoro e tempo libero, che proviene dal racconto della Genesi. Invece di
operare secondo questo ritmo artificiale e festeggiare battaglie, repubbliche
e santi, potremmo seguire le fasi lunari, fare festa all’inizio o alla
fine delle stagioni, seguire il Sole, la Luna e le stelle.
Ci sarebbe più serenità. E sarebbero feste che uniscono l’umanità,
mentre quelle attuali la dividono: nelle battaglie c’è chi vince
e c’è chi perde. Invece il Sole è allo Zenit dell’Equatore
per tutti.
Ma anche nella nostra cultura, fanaticamente legata alla “storia”,
ci sono ancora tracce di Natura, tanto è vero che la maggiore festività
ha dovuto essere fissata il 25 dicembre, perché nelle profondità
dell’inconscio c’è ancora il ricordo lontano di quando, alle
nostre latitudini, si faceva gran festa accorgendosi che la notte aveva smesso
di avanzare sul giorno e la luce aveva iniziato la sua risalita. Ci volevano
appunto tre o quattro giorni dopo il solstizio d’inverno per esserne certi.
Ecco come alcune culture native d’America poeticamente scandivano il ritmo
quasi-mensile:
- la luna quando le anatre tornano e si nascondono (febbraio);
- la luna quando appare l’erba (aprile);
- la luna quando fioriscono i gigli rossi (giugno);
- la luna quando i cervi perdono le corna (agosto);
- la luna degli alberi colorati (ottobre)
e così via.
A questo punto, è utile riportare il pensiero di uno sciamano Oglala:
E’ la storia di tutta la vita che è santa e buona da raccontare
e di noi che la condividiamo con i quadrupedi e gli alati dell’aria e
tutte le cose verdi: perché sono tutti figli di una stessa madre e il
loro padre è un unico Spirito. Forse che il cielo non è un padre
e la Terra una madre e non sono tutti gli esseri viventi con piedi, con ali
e con radici i loro figli?
(dal libro Alce Nero parla di John Neihardt)
In una lingua amazzonica il termine che significa il massimo livello di mente,
ovvero “il Grande Spirito”, significa anche “tutto”
nel linguaggio corrente.
Infine, secondo l’espressione di una cultura africana:
Noi crediamo che Dio sia in tutte le cose: nei fiumi, nell’erba, nella
corteccia degli alberi, nelle nuvole e nelle montagne.
4 - Il mito delle origini
Parlerò di “culture” e di “visioni del mondo”, non di religioni, cercando di evitare pareri sulla dimensione religiosa, anche se la cultura e la religione sono campi non separabili.
L’atteggiamento delle varie culture nei confronti del resto della Natura,
cioè delle altre specie e degli ecosistemi, dipende in gran parte dalla
loro visione del mondo, ovvero dalle loro concezioni metafisiche.
Se ci limitiamo alle culture più recenti e che si sono maggiormente diffuse,
notiamo che le più gravi distruzioni e degradazioni di ecosistemi provengono
da modelli che fanno capo ai filoni ebraico-cristiano e mussulmano, cioè
a quelle culture che si ispirano, in modo più o meno evidente, all’Antico
Testamento.
Sarà bene chiarire subito che con l’espressione “cultura
ebraico-cristiana” si intende indicare la tradizione quale si è
sviluppata negli ultimi quindici secoli dando luogo alla civiltà occidentale,
senza assolutamente convalidare l’idea che questa cultura si sia ispirata
all’insegnamento di Cristo. Al contrario, l’insegnamento di Cristo
ha contestato profondamente e radicalmente le concezioni del Vecchio Testamento:
la prova più evidente è che Egli fu condannato a morte proprio
per questo. L’aver fatto apparire le parole di Gesù come una specie
di continuazione della tradizione precedente di quelle terre medio-orientali
è stata una interpretazione particolare dei secoli successivi.
L’insegnamento di Cristo assomiglia molto alle filosofie di derivazione
orientale, con le quali ha in comune idee fondamentali, come l’accettazione,
il distacco dalle cose del mondo, l’amore universale, l’inutilità
delle istituzioni, l’estinzione del desiderio, e così via. Perfino
il Suo aspetto esteriore, pervenutoci dalla tradizione, ricorda molto quello
di un indiano. In particolare la parità fra le persone (abolizione delle
caste e inutilità di ogni gerarchia), come pure l’abolizione dei
sacrifici, ricordano il Buddhismo. Inoltre è evidente che l’Antico
Testamento è il mito di una etnìa particolare (il “popolo
eletto”), mentre l’insegnamento di Cristo è a-etnico e universale,
come quello del Buddha.
Qualcosa traspare ancora della Sua filosofia naturale, come ad esempio nell’espressione:
Guardate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Tuttavia
vi dico che neppure Salomone, in tutto il suo splendore, fu mai vestito come
uno di loro. (Matteo, Cap. 6, 28-29). Questa è una serena accettazione
della Natura e una constatazione dell’assurdità di voler “modificare”
il mondo. C’è un contrasto evidente fra la ricerca della serenità
interiore predicata da Cristo e dal Buddha e il substrato biblico-ebraico su
cui si è poi fondata la cultura occidentale.
Un’altra interpretazione particolare è la distinzione fra le religioni
“monoteiste”, che sarebbero le tre del filone medio-orientale, e
le altre definite “politeiste”. A quanto risulta, non esiste alcun
pensiero veramente “politeista”, anche se per i filoni non-biblici
sarebbe meglio parlare di “monismo” anziché di monoteismo.
Anzi, di norma le culture che si ispirano a queste metafisiche conoscono benissimo
l’Unità del Tutto e l’impossibilità di separare i
fenomeni spezzettando l’Universale. Piuttosto, anche agli effetti delle
conseguenze pratiche o di atteggiamento, si potrà fare una distinzione
fra le tradizioni che diffondono l’idea di una Divinità esterna
che agisce sul mondo (creando un dualismo) e quelle che considerano il Divino
immanente alla Natura, o comunque superano ogni distinzione fra immanenza e
trascendenza.
Per quanto riguarda le molte divinità dei cosiddetti politeisti, esse
sono semplicemente le forze psichiche inconsce, archetipiche, o come si vogliano
chiamare.
Riportando Bateson:
Se mettete Dio all’esterno e lo ponete di fronte alla sua creazione,
e avete l’idea di essere stati creati a sua immagine, voi vi vedrete logicamente
e naturalmente come fuori e contro le cose che vi circondano. E nel momento
in cui vi arrogherete tutta la mente, tutto il mondo circostante vi apparirà
senza mente e quindi senza diritto a considerazione morale o etica. L’ambiente
vi sembrerà da sfruttare a vostro vantaggio. La vostra unità di
sopravvivenza sarete voi e la vostra gente o gli individui della vostra specie
in antitesi con l’ambiente formato da altre unità sociali, da altre
razze, dagli altri animali e dalle piante.
Se questa è l’opinione che avete sul vostro rapporto con la natura
e se possedete una tecnica progredita, la probabilità che avete di sopravvivere
sarà quella di una palla di neve all’inferno. Voi morrete a causa
dei sottoprodotti tossici del vostro stesso odio o, semplicemente, per il sovrappopolamento
e l’esagerato sfruttamento delle risorse.
(G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, 1976)
Per oltre mille anni si è consolidata la concezione della Genesi, che
vuole la nostra specie “signora e padrona del Creato”, che risulterebbe
addirittura “fatto per noi”! Dal “Crescete e moltiplicatevi”
è poi nata l’odierna manìa ossessiva dell’espansione,
che in una cultura con altri fondamenti apparirebbe come una crescita patologica
in un Organismo.
Così, dall’idea biblica sempre ripetuta di “popolo eletto”,
da quel racconto che manifestamente privilegia un gruppo etnico, si è
sviluppato il concetto occidentale di “essere la civiltà”,
di possedere la “verità” e il “benessere” e di
imporli a tutti gli altri, è nata insomma l’immensa superbia dell’Occidente,
che si manifesta in modi del tutto simili nelle due parti, cosiddette “credente”
e “atea”, in cui si è oggi apparentemente diviso.
Si è atteso soltanto di “possedere un potere tecnico” per
dare il via alla distruzione dell’equilibrio naturale.
5 - Cartesio e Newton. Il materialismo. Lo sviluppo.
Non credo che l’attuale modo di vivere dei popoli di cultura occidentale sia nato soprattutto da decisioni “pratiche”: è stato piuttosto l’affermarsi di un modo di pensare che ha causato il sorgere di un modo di vivere.
Il quadro concettuale dominante nella cultura europea fino al Seicento aveva
tutte le premesse per iniziare una sistematica distruzione della Natura, ma
mancava ancora qualcosa: il potere tecnico.
La spinta decisiva per entrare in possesso di tale potere è venuta dalla
diffusione del pensiero di Cartesio, Bacone, Locke ed alcuni altri e dalla sistemazione
delle scienze fisiche ad opera di Newton.
Quando le concezioni del pensatore francese, forse anche sull’onda di
alcune felici intuizioni matematiche, si sono fatte strada nelle menti dell’Occidente,
ecco formarsi il più espansivo e distruttivo modello culturale mai apparso
sul Pianeta: la civiltà industriale. E con essa è scoppiato il
dramma ecologico.
Come noto, nel pensiero cartesiano vi è una netta distinzione fra lo
“spirito” e la “materia”: l’uomo è l’unico
essere dotato di spirito. Tutto il resto, vivente o non vivente, è solo
materia bruta, quindi manipolabile senza conseguenze e senza problemi morali.
Così la fisica di Newton poteva rivolgersi a sistemare il mondo della
materia che diveniva una specie di gigantesca Macchina, retta da rigide leggi
meccaniche.
Il meccanicismo, nato in tal modo, ha guidato la scienza ufficiale fino al ventesimo
secolo ed è la base dell’attuale pensiero corrente delle genti
di cultura occidentale: da questo sottofondo è sorta la civiltà
industriale.
Per quanto riguarda poi il pensiero di Locke, è sufficiente riportare
questo brano:
A ciò si aggiunga che chi si appropria col suo lavoro della terra
non assottiglia ma accresce le provvigioni comuni dell’umanità:
infatti i beni atti al sostentamento della vita umana che sono prodotti da un
acro di terra cintata e coltivata sono, a dir poco, dieci volte quelli forniti
da un acro di terra altrettanto ricca ma lasciata incolta e comune. Perciò
si può veramente dire che colui che recinta un terreno, e da dieci acri
trae maggior quantità di mezzi di sussistenza di quanto potrebbe trarre
da cento lasciati allo stato naturale, dona novanta acri all’umanità.
(da Jeremy Rifkin, Entropia, 1980)
Come si vede, nessuna considerazione per tutta la vita che viene distrutta,
né per la bellezza del mondo. Manca inoltre ogni forma di percezione
dell’equilibrio globale e del complesso di relazioni che legano tutti
gli organismi viventi.
Purtroppo siamo andati su quella strada e ancora oggi il mondo economico-industriale
la pensa sostanzialmente in quel modo. Secondo il parere di Rifkin:
Rileggendo Locke oggi, si ricava la sgradevole sensazione che egli non
sarebbe stato soddisfatto fino a quando non avesse visto ogni fiume della Terra
sbarrato da dighe, ogni meraviglia della natura ricoperta da cartelli pubblicitari
e ogni montagna ridotta in frantumi per produrre scisti bituminosi.
(Jeremy Rifkin, Entropia, 1980)
Da idee simili sono derivati il primato dell’economico e la visione economicistica
della vita che caratterizzano la civiltà industriale.
Anche se ora qualcuno comincia a diffidare di queste concezioni, in pratica
esse sono ancora integralmente ed entusiasticamente seguite, con i risultati
ben noti.
Dal sottofondo culturale cartesiano è nato il moderno concetto di sviluppo,
le cui caratteristiche si possono così riassumere:
– Distruzione delle altre specie di esseri viventi. Il processo consiste in una invasione da parte dell’umanità e delle sue macchine ai danni degli altri viventi;
– Distruzione delle culture umane. Si costringe tutta l’umanità a vivere secondo lo stesso schema e con la stessa scala di valori, che pone al vertice l’incremento indefinito dei beni materiali;
– Distruzione del bello e della varietà del mondo. Gli ecosistemi naturali vengono sostituiti da una disarmonica ed uniforme distesa di poche specie (umanità, monocolture, allevamenti), spesso degenerate e private della loro dignità e spiritualità;
– Introduzione dei concetti di risorse e rifiuti, conseguenti al funzionamento non su cicli chiusi, come il complesso della Natura, ma in modo “aperto”;
– Diminuzione del lavoro fisico, sostituito di solito da impegno di altro tipo e da lavoro fisico “volontario”;
– Sostituzione di materia inerte a sostanza vivente, con la costruzione di macchine, impianti, strade, al posto di foreste, paludi, savane;
– Aumento della vita media umana, troppo spesso non bilanciato da un corrispondente calo delle nascite, ovviamente necessario per il mantenimento dell’equilibrio.
In modo sintetico, si può dire che quando arriva il concetto di sviluppo
economico, scompaiono l’equilibrio dell’animo e l’armonia
del mondo.
In realtà, la crescita materiale di qualcosa è sempre accompagnata
dal degrado di qualcos’altro nello spazio o nel tempo. La locuzione “sviluppo
equilibrato” è solo una contraddizione di termini, oppure è
priva di significato, essendo concettualmente diversa dall’espressione
“equilibrio dinamico”, che denota situazioni in cui i parametri
economici fluttuano continuamente attorno a valori stabili. Del resto i pregi
di un’economia stazionaria erano già stati messi in evidenza da
John Stuart Mill nel 1858, ma tale bellezza colpì solo rari spiriti isolati,
mentre l’Occidente era ormai lanciato nella religione della crescita.
La locuzione “sviluppo sostenibile” andrebbe sostituita con l’espressione
“sistema sostenibile”, cioè appunto un sistema variabile,
ma sempre in equilibrio, o meglio stazionario.
Quando poi si sente parlare di contrasto fra le esigenze dell’economia
e quelle dell’ecologia, non si dimentichi che:
- le cosiddette “esigenze dell’economia” non esistono, perché dipendono esclusivamente dalla scala di valori di ogni modello culturale. L’economia è un fatto umano e sociale controllabile: niente impone che debba essere “in crescita”;
- le “esigenze dell’ecologia” sono leggi fondamentali fisiche e biologiche ben al di sopra di quelle che possono essere le smanie passeggere della nostra specie.
Quindi, anche al di là di considerazioni morali ed estetiche, è
indispensabile che il sistema economico sia compatibile con il funzionamento
del Complesso dei Viventi per un tempo indefinito.
E’ poi utile una breve riflessione sul concetto di benessere, che è
essenzialmente uno stato mentale e non un mucchio di oggetti. Per ottenere qualcosa
in tal senso, sarebbe logico uno studio preliminare sulla natura della mente,
piuttosto che la forsennata spirale dell’eterno desiderio imposta dal
modello attuale.
Per quanto riguarda il futuro, l’ipotesi più catastrofica che si
può fare è che lo sviluppo continui ad oltranza, perché
in tal caso si arriverebbe ad un mondo estremamente degradato. Il fenomeno non
potrebbe comunque continuare per l’impossibilità di persistenza
dei processi vitali.
Come alternative, occorre prendere in considerazione anche le utopie.
Riassumiamo le origini del concetto di sviluppo e quindi della crisi ecologica:
- L’idea biblica di separazione fra la nostra specie, protagonista, e il mondo, palcoscenico fatto per noi. Con la concezione di un “Dio distinto dal mondo” è stato facile togliere di mezzo la Divinità (materialismo-marxismo) e sostituire il “diritto divino” con il “merito selettivo”. Così non è cambiato nulla: la stessa mano distrugge la foresta amazzonica e la taiga siberiana.
- Solo la nostra specie “ha l’anima”. Il concetto è
stato aggravato dalla filosofia cartesiana, secondo la quale c’è
una distinzione netta e insanabile fra lo spirito e la materia, che non si incontrano
e non interferiscono: l’uomo sarebbe anche “spirito” (oltre
che corpo), mentre gli altri esseri viventi sarebbero solo “materia”,
cioè macchine. Il pensatore francese ne era così convinto, che
pare abbia gettato un gatto dalla finestra per dimostrare la sua certezza che
“non poteva soffrire”.
Così l’umanità, la sola ad essere anche spirito, poteva
fare ciò che voleva della natura, che sarebbe stata materia: questa idea
ha aggravato il preesistente “diritto divino”. Con il materialismo,
ultimo figlio dell’Occidente, cambia ben poco: materia contro materia,
vince il più forte, che a suo piacimento può conservare pezzi
di “natura originaria” per allietarsi la vita: questa è l’ecologia
di superficie.
6 - Occidente – Oriente – Animismo
Molti modi di pensare, o idee-guida, diffusi nel pensiero corrente, sono recepiti come premesse evidenti e naturali o come tendenze proprie della natura umana: sono invece assai spesso soltanto cornici concettuali della cultura occidentale, cioè pregiudizi.
Perché i fondamenti dell’ecologia profonda possano farsi strada
nell’animo umano, occorre sottoporre a critica le concezioni derivate
dal racconto biblico della Genesi e che sono divenute “evidenti”
per la cultura occidentale, cioè capovolgere l’atteggiamento di
aggressione verso la Natura e di indifferenza per la bellezza del mondo.
E’ evidente che ci sono molti occidentali con visioni del mondo diverse,
almeno a livello intellettuale e cosciente, ma i modi del pensiero e l’atteggiamento
inconscio possono differire non poco da quanto consegue dai ragionamenti.
Comunque qui non intendo parlare del pensiero individuale.
Per dare poi un piccolo sguardo fuori dall’Occidente, riportiamo questo
brano tratto da un testo ispiratore della cultura indù:
I fiumi, o caro, scorrono gli orientali verso oriente, gli occidentali
verso occidente. Venuti dall’Oceano celeste, essi nell’Oceano tornano
e diventano una cosa sola con l’Oceano. Come là giunti non si rammentano
di essere questo o quest’altro fiume, proprio così, o caro, i viventi,
che sono usciti dall’Essere, non sanno di provenire dall’Essere.
Qualunque cosa siano qui sulla Terra - uomo, tigre, leone, lupo, cinghiale,
verme, farfalla - essi continuano la loro esistenza come Tat. Qualunque sia
questa essenza sottile, tutto l’Universo è costituito di essa,
essa è la vera realtà, essa è l’Atman. Essa sei tu,
o Svetaketu.
(Chandogya Upanishad, 10° khanda)
E’ chiara la profonda differenza di concezione rispetto alla Genesi.
In queste concezioni metafisiche manca il rapporto dualistico, né si
trova quella contrapposizione uomo-natura propria dell’Occidente. Anziché
tre piani ben distinti come Dio-uomo-natura (nel materialismo restano gli ultimi
due, ma sempre contrapposti), troviamo il Dio-Natura onnipresente e indistinguibile
dall’universale.
Assai semplice poi è la prima indicazione dell’etica buddhista:
“Non danneggiare alcun essere senziente”. Con il termine “senziente”
si può anche indicare una specie, un ecosistema, o entità di quel
tipo, in quanto dotate di una forma di mente.
Solo alcune filosofie orientali raccomandano di diventare quasi-vegetariani;
ma in generale chiedono di rispettare la Vita in tutte le sue componenti. Invece
le morali delle tradizioni giudaico-cristiana e mussulmana, in accordo con le
posizioni espresse nella Genesi, si occupano esclusivamente di valori e rapporti
interni alla nostra specie, come se tutto il resto fosse solo un palcoscenico,
o “l’ambiente”.
Per quanto riguarda poi le varie forme di animismo che sono state presenti nell’umanità
un po’ dovunque, è abbastanza evidente che in queste visioni del
mondo non siamo gli unici esseri dotati di “spirito”: una dicotomia
di questo genere sarebbe probabilmente impensabile per chi ha vissuto a contatto
con gli oranghi o i gorilla. Ma dovrebbe essere inconcepibile anche per chi
conosce la natura dei fenomeni vitali e il quadro unitario fornito dall’evoluzione
biologica.
Comunque, anche presso di noi, possiamo notare che l’animismo è
spontaneo nei bambini: sono i condizionamenti culturali che lo cancellano.
Come esempio, possiamo esaminare ora l’atteggiamento di alcuni gruppi
di culture nei riguardi della caccia:
- Nelle civiltà di tipo occidentale esiste il fenomeno “uccidere per divertimento”: spesso l’uccisione è addirittura considerata un “merito” da parte del cacciatore. Il fenomeno, gravemente presente, interessa comunque una minoranza, anche se piuttosto invadente; l’unico modo per limitarlo consiste per ora in rigorosi divieti. Nell’Occidente c’è chi spende soldi per poter uccidere, il che è addirittura il contrario del “procurarsi il cibo” indispensabile all’idea di caccia in tanti altri modelli.
- In molte culture animiste la cattura della preda era vista come il dono di
un dio, che si può interpretare come “il genio della specie”:
la cattura era lecita soltanto se era seguita dall’utilizzazione completa
di tutte le parti del dono, a scopo prevalentemente alimentare e comunque di
sopravvivenza. Spesso l’animale più cacciato era considerato anche
un totem, aveva una sua sacralità. L’eventuale uccisione fatta
“per divertimento” o “senza scopo” era un’offesa
al dio: quindi veniva vissuta come un delitto e poneva il cacciatore nella posizione
di chi attende la punizione del dio, che potremmo anche chiamare “conseguenza
del complesso di colpa”: di solito poi questa punizione arrivava puntualmente,
attraverso le misteriose vie dell’inconscio e gli indissolubili legami
fra mente e corpo.
Le culture animiste provocavano ben raramente l’estinzione di specie o
la distruzione di ecosistemi: per molte migliaia di anni i nativi d’America
sono vissuti in simbiosi con milioni di bisonti e con tutte le altre specie
in armonico e dinamico equilibrio; sono bastati due o tre secoli di civiltà
europea per distruggere tutto.
- In genere le culture dell’Oriente consideravano gli altri esseri o
in un ciclo di morti e rinascite (samsara) o comunque degni della massima benevolenza:
tutti i viventi facevano parte di un equilibrio cosmico. Ciò dava luogo
a morali del tipo “Non danneggiare alcun essere senziente”. Anche
qui l’eventualità di divertirsi ad uccidere era vissuta come un
grave delitto.
Nelle concezioni orientali le altre specie viventi sono composte di esseri che
vivono in modi diversi la nostra stessa avventura, con pieno diritto a una vita
libera e autonoma. Invece, nel nostro mondo, i cosiddetti “movimenti per
la vita” ritengono ovvio occuparsi solo della vita umana, senza neanche
il bisogno di precisarlo. Dell’equilibrio e dello stato di salute della
Vita, cioè del Complesso dei Viventi, non si preoccupano affatto.
In sostanza, perché finisca veramente il fenomeno “caccia”,
pur essendo assai utili anche i divieti, è indispensabile una nuova base
etica e culturale.
Per quanto riguarda poi il concetto di progresso:
- Nelle culture “di tipo occidentale” il progresso è visto
come incremento indefinito di beni materiali e diminuzione del lavoro fisico;
- Nelle culture “di tipo orientale” il progresso consiste nell’aumento
della percezione e della serenità mentale;
- Nelle culture “di tipo animista” non c’è alcun bisogno
dell’idea di progresso.
7 - Alcune tendenze del pensiero moderno
In questa breve rassegna partirò da alcuni secoli orsono, cioè da Copernico. Sarà bene premettere che, quando si parla dei vari Autori, non ci si riferisce alla loro personale visione del mondo, ma ad interpretazioni nate alla luce di passaggi ed ampliamenti successivi, cioè ad estensioni sorte in seguito, anche per fusione col pensiero di altri. Infatti assai spesso le novità del pensiero sembrano poi diffondersi quasi in contrasto con le intenzioni coscienti di alcuni fra i maggiori loro iniziatori.
Come segno di speranza, si può notare che, proprio nel periodo in cui
le concezioni meccaniciste nate dall’Antico Testamento e dalla filosofia
di Cartesio si stanno diffondendo come “moderne” sull’onda
della potenza materiale dell’Occidente, esse vengono sottoposte a critiche
sempre più numerose e serrate da parte degli stessi studiosi occidentali,
fino al punto di poter dire che, alla luce delle conoscenze attuali, sono pressochè
insostenibili.
Ma per una modifica profonda della filosofia di base di larghi strati di persone
c’è bisogno di qualche secolo, dopo i primi segni di cambiamento.
Purtroppo oggi non abbiamo a disposizione neppure qualche decennio per evitare
che l’espansione demografica ed economico-industriale trascini il mondo
verso la catastrofe per la rottura di ogni equilibrio vitale: le specie e gli
ecosistemi distrutti non sono riproducibili.
Secondo Fritjof Capra, la metafisica di un’epoca discende dalla fisica
dell’epoca precedente: si tratta di accelerare al massimo il “punto
di svolta”.
Con la rivoluzione copernicana il centro dell’Universo passa dalla Terra
al Sole: si tratta del primo passo per mettere in discussione il rapporto uomo-natura,
di un primo spostamento dalla posizione centrale, anche se ci vorranno secoli
per percepirne l’effettiva portata. Tuttavia l’esclusiva spirituale
della nostra specie non viene ancora minimamente intaccata.
Nel diciannovesimo secolo, l’evoluzione biologica, espressa in forma completa
soprattutto per opera di Carlo Darwin, intaccò decisamente l’idea
che l’umanità fosse “speciale”, “frutto di creazione
separata”, qualcosa di “staccato dalla Natura”.
Tuttavia, quando comparve il pensiero di Darwin, si perse un’ottima occasione
per una vera svolta culturale: invece di mettere in evidenza il fatto essenziale,
cioè l’appartenenza della nostra specie alla Natura e quindi la
necessità di seguirne le grandi leggi cicliche, l’evoluzione fu
inquadrata in pieno nel meccanicismo imperante: venne evidenziata soprattutto
l’idea di “selezione naturale e sopravvivenza del più adatto”
con ogni sorta di estensione arbitraria.
L’evoluzione poteva soppiantare ben più a fondo la concezione precedente:
ma questo non è avvenuto, o forse non ancora. Al contrario, alcuni degli
aspetti superficiali della teoria di Darwin sono stati assimilati immediatamente
e sfruttati in modo da legittimare ancora di più la visione meccanicistica
del mondo. Le sue implicazioni profonde non sono state mai veramente esplorate,
almeno fino a tempi molto recenti.
Inoltre, secondo Bateson:
Ora cominciamo a scorgere alcuni degli errori epistemologici della civiltà occidentale. In armonia col clima di pensiero che predominava verso la metà dell’Ottocento in Inghilterra, Darwin formulò una teoria della selezione naturale e dell’evoluzione in cui l’unità di sopravvivenza era o la famiglia o la specie o la sottospecie o qualcosa del genere. Ma oggi è pacifico che non è questa l’unità di sopravvivenza del mondo biologico reale: l’unità di sopravvivenza è il complesso “organismo più ambiente” (cioè non è una unità delimitabile). Stiamo imparando sulla nostra pelle che l’organismo che distrugge il suo ambiente distrugge sé stesso. (Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, 1976)
Più avanti si legge che l’unità di sopravvivenza evolutiva
risulta coincidente con l’unità mentale.
Ma se si sceglie l’unità sbagliata, si finisce col contrapporre
una specie a un’altra che la circonda o all’ambiente in cui vive:
uomo contro Natura.
Richiamando un insegnamento morale già citato (“Non danneggiare
alcun essere senziente”), è chiaro che si può intendere
come “essere senziente” una tale unità mentale. Anziché
il termine mente, forse sarebbe meglio usare, con Jung, la parola psiche per
ricordare chiaramente che non si tratta solo della parte cosciente, ma soprattutto
di “inconscio più coscienza”, in cui il primo è preponderante.
Non si intende insomma il concetto restrittivo proprio del pensiero corrente
dell’Occidente moderno. Quindi, anche con le concezioni di Bateson, sono
dotati di “mente” o “psichismo” un ecosistema, una specie,
una collettività di viventi legati da relazioni di reciprocità
o simbiosi multipla.
Per un confronto con le concezioni orientali, l’unità mentale coincide
con l’entità soggetto del karma: non si tratta soltanto dell’individuo
in senso fisico o meccanicista. I Complessi di Viventi costituiscono, con le
loro interrelazioni, fenomeni e soggetti mentali.
Quindi l’invito a “Non danneggiare alcun essere senziente”
può essere inteso come una prescrizione sommamente ecologica e non come
un semplice invito a diventare vegetariani; a parte che naturalmente anche i
vegetali e i complessi di vegetali e animali sono da intendersi come “senzienti”,
anche se il grado di coscienza di tutte queste entità può essere
notevolmente diverso.
Veniamo alla psicoanalisi. Dopo Copernico e Darwin, la specie umana non è
più staccata dalla Natura, né al centro dell’Universo; almeno
così doveva essere. Ma dopo la rivoluzione di pensiero iniziata da Freud,
l’uomo non è più padrone neanche di sé stesso. Tuttavia
il fondatore della psicoanalisi parlava sempre solo della persona umana come
individuo autonomo e definito.
Solo con la più profonda svolta operata soprattutto da Carl Gustav Jung
si comincia a manifestare, anche nella cultura occidentale, l’idea dell’inconscio
collettivo, di qualcosa che collega interiormente le varie individualità.
Più si va nel profondo, più la psiche si espande, più diventa
collettiva e generalizzata, ancestrale o “archetipica”; comprende
comunità sempre più ampie, classificazioni animali sempre più
vaste, tutta la Vita, probabilmente la Totalità Universale.
Jung, pur usando le categorie concettuali dell’Occidente, aveva una profonda
conoscenza delle filosofie orientali. Si comincia a parlare di fenomeni sincroni
non-causali e a considerare altre dimensioni che non siano soltanto la sfera
razionale e cosciente. Il concetto di persona autonoma che agisce sul mondo
vacilla sempre più. Qualunque cosa facciamo, manipoliamo anche noi stessi:
non c’è nessun “mondo esterno”.
Passiamo alla fisica. Il massimo del meccanicismo, derivato dalla concezione
di Newton per cui l’Universo è come un gigantesco Orologio e tutte
le sue parti dei “meccanismi” separabili in pezzi sempre più
piccoli, è stato raggiunto alla fine del diciannovesimo secolo, quando
imperava inoltre la convinzione di “avvicinarsi sempre più alla
verità”.
Anche gli esseri viventi erano considerati “macchine” straordinariamente
complicate.
C’erano i 92 atomi, specie di palline indivisibili, che costituivano tutta
la realtà fisica, in cui agivano anche i “campi”. Lo spazio
e il tempo erano realtà assolute e in essi si svolgevano tutti i processi.
I fenomeni spirituali venivano tenuti completamente separati o considerati “immaginari”
e negati.
Il pensiero corrente si basa in generale ancora su queste posizioni.
Con la relatività speciale (1905), la fisica meccanicista o classica
comincia a vacillare: spazio e tempo perdono ogni connotazione assoluta, materia
ed energia diventano la stessa cosa. Con la relatività generale (1916),
la gravitazione diventa “geometria dello spaziotempo”.
Ma già nei primi anni del secolo ventesimo si prepara un’altra
rivoluzione concettuale ancora più profonda, quella portata dalla fisica
quantistica, che si esplicita nel 1927 con il principio di indeterminazione
formulato da Werner Heisenberg e con gli studi successivi sull’argomento.
La cosiddetta interpretazione di Copenhagen, sostenuta soprattutto da Niels
Bohr e confermata nei decenni successivi, nega l’idea di “realtà
oggettiva” e la possibilità di separare, anche solo concettualmente,
il fenomeno dalla sua osservazione.
Come dire, è impossibile distinguere lo spirito dalla materia. Ovvero,
senza una forma “mentale”, non si può parlare di alcunchè,
se non come fantomatica onda di probabilità. Con un’ardita ma concisa
estensione, ciò significa che lo psichismo deve essere universale. Altrimenti,
quali sono i sistemi con lo status di “osservatore”?
E’ sintomatico che gli stessi risultati sul piano fisico-matematico siano
stati interpretati in modo diverso sul piano filosofico:
- Einstein, di formazione culturale ebraica, non riuscì a rinunciare al concetto di “realtà oggettiva esterna” e non si convinse mai completamente della fisica quantistica; in sostanza, anche se a livello intellettuale si dichiarò favorevole al “Dio di Spinoza”, non potè mai rinunciare alla sua posizione “occidentale” nei riguardi del mondo fisico;
- Schroedinger, profondo conoscitore della filosofia vedica, non accettò che il mondo “reale” fosse inconoscibile in quanto riteneva che la mente umana fosse un riflesso, un “ologramma” della Mente Universale, e quindi doveva poter conoscere fino in fondo;
- Bohr, che conosceva anche il Tao, accettò in pieno le conseguenze delle formulazioni fisico-matematiche di Heisenberg e dello stesso Schroedinger, rinunciando senza traumi al concetto di “realtà oggettiva” e considerando gli aspetti apparentemente contradditori (tipo onda-corpuscolo) come complementari e necessari; estese quindi ad altri “opposti” il concetto di complementarietà.
Anche nella fisica vi sono state interpretazioni, da parte di qualcuno degli stessi fondatori, tendenti a mantenere le nuove concezioni in una visione antropocentrica, a conferma della tendenza a inquadrare nuove idee nei vecchi schemi, almeno per qualche decina di anni.
Spesso si sente dire che la fisica quantistica va contro il senso comune.
Ma il cosiddetto “senso comune” (o “buon senso”) è
semplicemente formato dai paradigmi e dalle cornici concettuali – cioè
dai pregiudizi – della cultura in cui siamo nati e che quindi abbiamo
sempre respirato.
Secondo il parere di due noti scienziati del Novecento:
Oggi c’è una concordanza di vedute molto vasta – che
tra i fisici raggiunge quasi l’unanimità – sul fatto che
la corrente delle conoscenze si sta dirigendo verso una realtà non meccanica:
l’Universo comincia ad assomigliare ad un grande Pensiero piuttosto che
ad una grande macchina.
(J. Jeans e A.S.Eddington)
Non sono sicuro che l’individualità che noi sentiamo come
persona, come individuo, sia reale, che essa non sia un’illusione. E’
in ogni caso un’idea diffusa in Oriente, presso i maestri delle Upanishad,
che si tratti di un’illusione, che noi non siamo realmente individui spirituali,
ma “parte” di una stessa Entità.
(Erwin Schroedinger, Discussioni sulla fisica moderna)
Passiamo alla biologia. Negli anni Sessanta del ventesimo secolo, Jacques Monod così concludeva il suo pensiero:
L’antica alleanza è rotta. L’uomo sa finalmente di essere
solo nell’immensità indifferente dell’Universo, da cui è
emerso per caso. Il suo dovere e il suo destino non sono scritti in nessun luogo.
(Jacques Monod, Il caso e la necessità)
Qui siamo al massimo dell’angoscia metafisica, appena attenuata da una
forma di etica della conoscenza. Niente ha un senso.
Per questo tipo di materialismo, la vita si riduce a cadere in un Universo non
fatto per accoglierla, restare aggrappati a un granello di sabbia sino a che
la morte non ci dissolva, pavoneggiarci per un tempo brevissimo su un piccolissimo
teatro, ben sapendo che tutto quanto facciamo o pensiamo è condannato
a uno scacco finale e che tutto perirà con la nostra specie o col nostro
sistema solare, lasciando l’Universo come se non fossimo mai esistiti.
E’ assolutamente vano cercare uno scopo o una continuità nella
storia: quando il Sole, seguendo la sua evoluzione stellare, sarà diventato
una stella gigante rossa estendendo il suo volume fino all’orbita di Marte,
non resterà nulla di tutto quanto è avvenuto sulla Terra.
Ma già François Jacob, collega di Monod, parla di “logica
del vivente”.
Il vivente ha una sua logica, c’è una forma di immanenza.
Alla scuola di Bruxelles, il gruppo condotto da Ilya Prigogine, studiando le
“strutture dissipative” o lontane dall’equilibrio, come sono
anche i sistemi viventi, parla di una tendenza a strutturarsi, ad auto-organizzarsi.
Anche qui compare una spinta interiore, un immanente “desiderio”
di creare strutture.
Nel campo dell’antropologia, si tenta ancora di superare, con molte
difficoltà, la concezione ottocentesca dell’europeo “civile”
che va a studiare i “selvaggi” e ad aiutare i “primitivi”.
E’ noto, ad esempio, che Levy-Strauss non ha lesinato critiche a questa
superbia culturale dell’Occidente. Ma con la corrente di Marcel Griaule
e Jean Servier il quadro di parità fra i modelli culturali umani acquista
una connotazione ancora più definita. Secondo Servier:
Nessun moralista ha mai posto il problema della responsabilità
dell’Occidente in questa creazione di bisogni artificiali, che mascheriamo
sotto il nome di “civiltà” o di “tenore di vita”,
che ha l’unico scopo di far lavorare le nostre fabbriche.
(Jean Servier, L’uomo e l’Invisibile, 1967)
Non esistono “primitivi” ma solo modelli diversi: non ci sono
i “selvaggi” che passano le giornate pensando solo a procurarsi
il cibo e a far l’amore, ma culture dedite soprattutto alla percezione
dell’”invisibile”, cioè dell’unità spirituale
con la Vita e con tutta la Natura. Le concezioni europee degli ultimi secoli,
derivate dai Greci, dai Romani e dal mondo ebraico, sono soltanto l’espressione
della superbia dell’Occidente, al seguito della sua schiacciante potenza
materiale, ottenuta a prezzo di un’estrema povertà di percezione
cosmica e causa di nevrosi ed angoscia.
In sostanza, la causa dei nostri guai è il distacco psicofisico dalla
Natura, alla quale apparteniamo.
E non abbiamo toccato il vasto campo dei fenomeni paranormali, o di indistinguibilità
macroscopica fra psiche e materia, cioè di quei fenomeni che la scienza
ufficiale cartesiana è costretta ad accantonare o negare per non vedere
intaccate le sue premesse.
Davanti a un fenomeno che mette in discussione la cornice concettuale vigente,
non resta che la negazione, tipica reazione della psiche alle novità
sgradite. Ad esempio, la constatazione che il pensiero o l’emozione influiscono
sullo sviluppo di una pianta viene “dimenticata”, o tutt’al
più interpretata come intervento di una forza “esterna” che
“agisce” sulla pianta stessa.
Ma in realtà ci stiamo avvicinando al pensiero “selvaggio”,
nei cui simboli è probabilmente nascosta la metafora di una scienza indipendente.
Negli ultimi sviluppi della fisica sono state messe in discussione le tre ipotesi
fondamentali delle cosiddette “teorie realistiche locali”, e cioè:
- l’esistenza di una realtà oggettiva, o mondo fisico;
- la possibilità di deduzioni ed estrapolazioni (ripetibilità
esatta);
- l’impossibilità di influenze istantanee a distanza, cioè
la necessità di una propagazione a velocità inferiore o uguale
a quella della luce.
Qualunque azione, o modifica, o fenomeno, ha effetti istantanei su tutto l’universale.
Non si può isolare alcun fenomeno, né separare alcunchè.
Con la caduta delle teorie realistiche locali e della distinguibilità
fra mente e materia diventa possibile esplorare campi di conoscenza come l’astrologia
e la parapsicologia (precognizione, chiaroveggenza, azioni a distanza), con
un notevole riavvicinamento al pensiero magico.
8 - Visione olistica del mondo
Quando si parla di ecologia e protezione della Natura, occuparsi di “visioni del mondo” sembra una cosa più astratta, o meno pratica, rispetto a dare consigli sullo smaltimento dei rifiuti o la conservazione delle foreste, ma è soltanto perché parlare di “visioni del mondo” ha effetti a scadenza molto più lunga. Sono però aspetti che toccano molto più in profondità il comportamento e gli atteggiamenti, rispetto ai più immediati consigli pratici di ecologia spicciola.
Riassumiamo qualche fondamento delle conoscenze attuali incompatibile con il sottofondo culturale ebraico-cristiano e con il dualismo di Cartesio:
- Né la Terra, né il Sole, né niente altro sono al centro
di qualcosa: gli astri sono tutti ugualmente granelli nel mare dell’Infinito.
Non c’è nessun centro di alcun tipo.
- L’umanità è una specie animale comparsa su uno dei tanti
pianeti solo tre milioni di anni fa, contro i tre o quattro miliardi di anni
di esistenza della Vita sulla Terra e i quindici o venti miliardi trascorsi
dalla presunta nascita dell’Universo, ammesso che il Tutto non sia qualcosa
di pulsante ciclicamente da sempre. Quindi il presunto “re del Creato”
sarebbe arrivato un po’ tardino, mentre il suo cosiddetto “regno”
lo stava aspettando con scarsa impazienza.
Inoltre, ci vuole una bella presunzione a pensare di “migliorare”
ciò che ha impiegato quattro miliardi di anni per divenire ciò
che è. L’umanità fa parte in tutto per tutto della Natura.
I fenomeni vitali sono uguali in tutte le specie.
- La cultura occidentale ha solo due o tremila anni, la civiltà industriale
ha duecento anni: si tratta di tempi del tutto insignificanti. Anche il concetto
di progresso ha una vita brevissima, non più di due o tre secoli; evidentemente
si può vivere anche senza questa idea fissa.
La divisione fra preistoria e storia è solo uno schema mentale della
nostra cultura, che serve ad alimentare una certa visione del mondo. Non c’è
alcun motivo, né alcuna scala di valori privilegiata, per considerare
una cultura migliore o peggiore di un’altra.
- Il funzionamento mentale e il comportamento sono in sostanza simili in tutte le specie animali vicine a noi. In gran parte si tratta di fenomeni non-coscienti.
- La fisica quantistica ha dimostrato l’impossibilità intrinseca di descrivere fenomeni materiali o energetici senza considerare l’osservazione; ciò significa che, senza la mente, la materia-energia è priva di significato, non è in alcun modo descrivibile, è “priva di realtà”, è solo una specie di onda di probabilità. Della fisica meccanicista di Newton resta solo la funzione pratica, anche se nelle nostre scuole di base non c’è traccia del profondo cambiamento avvenuto.
Da questo quadro rinasce una concezione antichissima e assai diffusa: l’animismo.
Una forma di “mente” deve essere ovunque, è insita nell’universale,
se vogliamo evitare il paradosso dell’”osservatore” che determina
la cosiddetta realtà. La distinzione fra spirito e materia cade completamente.
Tornano alla memoria il Grande Spirito e lo spirito dell’albero, della
Terra, del fiume, del bisonte.
C’è un’altra leggenda da sfatare, quella della cosiddetta
neutralità della scienza, o indipendenza della scienza dalle concezioni
metafisiche. La scienza ufficiale ricorre spesso a vere acrobazie intellettuali
pur di non uscire dal paradigma cartesiano, che considera “ovvio”
ed “acquisito”. Così si trova in vie senza uscita, ed a volte
è costretta a negare o a non considerare i fatti non inquadrabili in
quello schema concettuale, pur di non mettere in discussione le premesse: e
allora deve far sparire intere categorie di fenomeni di interferenza macroscopica,
o non-distinguibilità, fra spirito e materia, con la scusa che non sarebbero
“ripetibili”.
Le gravi difficoltà della fisica provengono dalla disperata insistenza
nel volere inquadrare le conoscenze moderne nel paradigma cartesiano.
Eppure ancora oggi, per apparire “moderne”, tante persone amano
definirsi “cartesiane” o “razionali”, non sapendo di
difendere invece il pensiero dell’Ottocento. Le idee del filosofo francese
sono accettate dalla grande maggioranza delle persone semplicemente perché
ciò che respiriamo fin dalla nascita ci appare ovvio, il che significa
che non ci appare affatto. Ma il primato del razionale sull’emotivo e
sull’intuitivo è solo un pregiudizio della cultura occidentale
odierna.
Proviamo ad abbozzare qualche conclusione.
Esiste un approccio di tipo riduzionista mirante allo studio delle cause elementari
prime di un fenomeno, che suppone sempre scomponibile in parti più semplici,
e c’è un approccio di tipo olistico, che parte dalle proprietà
globali di un sistema, non riducibile all’insieme dei suoi elementi.
L’approccio riduzionista è stato quello seguito soprattutto negli
ultimi secoli e che ha portato alla visione del mondo e al modo di vivere attuali
delle genti di cultura occidentale, o che hanno assorbito i valori di tale cultura.
L’approccio olistico riesce difficile a chi è nato con i fondamenti
del primo e sta appena cominciando a manifestarsi oggi in forma individuale
o poco più.
Quindi per ora possiamo anche ritenerci liberi di immaginare, o di sperare.
Il passaggio necessario per attuare e rendere abituale un nuovo modo di pensare
è difficilissimo, anche per chi ne fosse convinto intellettualmente.
Ciascuno può immaginare a suo modo le conseguenze che potranno derivare
da un’eventuale affermazione su scala generale dell’approccio olistico.
Come esercizio, proviamo ad immaginare un mondo in cui:
- gli opposti sono soltanto aspetti complementari della stessa cosa;
- la morte è semplicemente l’altra faccia della vita: la Natura è fatta di entrambe come aspetti inscindibili dello stesso fenomeno;
- non c’è niente da combattere, niente da dimostrare, nessuna gara da vincere o perdere, non c’è alcun bisogno di graduatorie né di primati. I concetti stessi di vittoria, sconfitta e sfida sono inutili;
- non c’è nulla da conquistare, manipolare, alterare;
- i concetti di ragione e torto, merito e colpa, sono soltanto pericolose sovrastrutture della mente, che eccitano la violenza e spengono il sorriso;
- non c’è alcuna distinzione fra spirito e materia, fra umanità e natura, fra Dio e il mondo. La mente è diffusa, universale, indivisibile. Non siamo alcunchè di particolare, né di centrale.
Poiché è sparita l’idea di “realtà oggettiva”,
i concetti di verità e di certezza diventano inutili: con tutto in continuo
dinamismo, il concetto di verità tende a coincidere con quello di Natura
e quindi, in una visione panteista, con l’idea della divinità.
E’ bene chiarire che non si tratta di una visione statica, di un mondo
in cui l’assenza del concetto di “progresso” comporti un modo
di vivere immutabile, sempre uguale a sé stesso, oppure “di attesa”.
In un certo senso, si può paragonare ad un fiume: sembra simile a sé
stesso, ma invece scorre, magari anche velocemente.
Nel torrente non ci sono mai due istanti in cui passa la stessa acqua, che è
continuamente in movimento. I sassi sono là in mezzo: non vengono aggrediti
o spaccati, ma lasciati dove sono. L’acqua li aggira, passa ugualmente
e scende verso il piano e il mare.
Non si tratta di “non fare”, ma di agire seguendo il corso naturale
delle cose, secondo la Natura. Così si può continuare a fare oscillare
un pendolo colpendolo ritmicamente, purchè i colpi siano sincroni con
la sua frequenza.
Inoltre, oggi nel nostro mondo c’è un’ossessiva invasione
di termini come lotta, battaglia, supremazia, competizione, gara, sfida, vittoria,
sconfitta e simili: basta leggere un giornale per rendersi conto di quanti fatti
vengano interpretati con questo schema.
Nella nuova visione, proviamo invece a privilegiare l’aspetto cooperativo
e universalizzante nei confronti di quello competitivo e autoassertivo oggi
esaltato in modo abnorme dalla cultura occidentale; con altro linguaggio, si
tratta di recuperare l’aspetto “femminile” del mondo.
Proviamo anche a lasciar perdere qualche “simbolo” animale, smettiamo
di esaltare chi imita l’aquila, il leone, la tigre per la loro simbolica
aggressività. Il mondo è pieno di roditori, non di aquile che,
poverette, stanno per estinguersi per la folle espansione umana. Per frenare
un po’ la mania imperante, è ora di fare l’elogio del coniglio,
l’elogio della fuga, in senso anche emotivo, psicologico.
Non c’è alcun bisogno di “battaglie”, ma c’è
bisogno soprattutto di comprendere, accettare e sorridere. La “lotta per
la pace” è un’espressione ambigua, perché la pace
è una condizione di non-lotta: è un atteggiamento. Si tratta di
renderlo universale. Ripeto, questo non significa “far niente” o
“lasciar fare”: l’azione più utile è forse quella
della diffusione di idee, cioè quella di opporsi a idee correnti preconcette,
magari col sorriso. Contribuire attivamente a rendere universale l’idea
di non-lotta è comunque un’azione.
Il mondo non è una cosa da conquistare, ma è l’Insieme
di cui facciamo parte. Se poi dobbiamo proprio cercare di “far crescere”
qualcosa, vediamo di migliorare le nostre qualità percettive per raggiungere
una migliore sintonia con il ritmo vitale del Cosmo. Non è che in un
mondo del genere ci sia “niente da fare” o “niente a cui pensare”:
si possono ammirare i fiori e gli alberi, guardare la luna e le stelle, osservare
il volo degli uccelli e sentirsi in sintonia con essi, e soprattutto pensare,
partecipare della simbiosi universale.
Se abbandoniamo la manìa del successo e assaporiamo il piacere della
non-competizione faremo rinascere il gusto di vivere.
Nella concezione che vede mente e materia come unica espressione indivisibile
della Natura, siamo certamente abbastanza lontani dall’idea della “materia
bruta” mossa da qualcosa di “esterno”, dall’idea di
un mondo fatto per noi e manipolabile a nostro vantaggio (!) e piacimento. La
realtà di oggi, dovuta all’affermarsi di un particolare modo di
pensare in una cultura umana, quella occidentale, dimostra che i disastri arrecati
dalla nostra specie all’Equilibrio Globale sono di gravità infinitamente
maggiore di quelli eventualmente provocati dagli altri esseri viventi, ma non
si tratta solo di considerazioni etiche, perché, se non cambieranno le
premesse culturali, i disastri – già enormi – diventeranno
irreversibili. Anche se la Natura riuscirà su tempi lunghi a riportare
un equilibrio (come fa con le altre specie, ma su scala ben più piccola),
ne risulterà una situazione molto più “povera” di
Vita e mente.
Il fatto di non considerarci “esseri speciali” o “in posizione
centrale” non deve affatto indurre al pessimismo; anzi, è motivo
di lieta serenità.
Invece del Dio-Persona distinto dal mondo e giudice delle azioni umane, troviamo
il Dio-Natura immanente in tutte le cose, e quindi anche in noi stessi, che
ne siamo partecipi. La Divinità osserva sé stessa anche attraverso
gli occhi di una marmotta, o di una formica, o l’affascinante e misteriosa
sensibilità di un albero.
Guido Dalla Casa